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Recensioni

2004 Mostra personale “Vergine Madre, figlia del tuo figlio, / umile e alta più che creatura, / termine fisso d’etterno consiglio...” a Villa Maria (Quiliano)

Recensione di Franca Maria Ferraris

A questa orazione, di cui sopra è riportato solo l'inizio - orazione di lode e di supplica che Dante fa rivolgere da San Bernardo alla Madonna - Cristina Sosio affida il compito di accogliere e accompagnare, con le parole della più alta poesia di tutti i tempi, coloro che si apprestano a visitare questa sua nuova mostra espositiva.
A un tale richiamo, la nostra pittrice non poteva che corrispondere presentando un considerevole numero di opere dove le sacre immagini della Madonna e degli Angeli, sono state da lei elaborate negli aspetti più ineffabili. L'arte di questa pittrice si rivela infatti nella sua capacità di rendere visibilità all'invisibile, e di farlo, consegnando allo sguardo dei visitatori una serie di raffigurazioni diversificate nelle quali la sacralità appare ora dettata da un'ispirazione del tutto personale, ora evocata dai fascinosi dipinti dei grandi pittori del passato, ora interpretata attraverso un'attenta lettura dei più suggestivi brani biblici.
Di fronte alle opere in esposizione, viste da prima nel loro insieme, la mente e il cuore si pongono contemporaneamente nel vasto ordine della religiosità. E qui entrambi avvertono qualcosa di solenne, quasi una pulsione che, venendo dall’alto, li rende partecipi, attraverso raffinate visioni di forme e colori, dell’avvenuta trasformazione materica di altrettante immagini di luce, quali sono la Madonna e gli Angeli. Si assiste dunque al dipanarsi di un percorso inverso a quello della trasfigurazione. Questa volta infatti, sono le mani di Cristina, caricate della grazia di una forte creatività, ad imprimere all’onda del sentimento religioso il movimento di una spinta centrifuga capace di rendere concreta, attraverso la lode della bellezza mariana e il filtro di una lievissima "umanità" angelica, quella scintilla d'infinito di cui l'uomo è portatore.
Per le immagini di Maria, questa pittrice giovane e giustamente innovativa, ha fatto uso di tecniche diverse dimostrando che la bravura di chi si dedica al dipingere, oltre a quella di adeguare l'ispirazione alla propria creatività, passa anche per il filtro di una sensibilità espressiva che sa mettere in relazione il presente con il passato e con il futuro, assegnando all’intera opera artistica un’impressione di costante contemporaneità.
Di notevole bellezza sono, al proposito, le acqueforti e le acquetinte. La “Visitazione”, l’“Annunciazione”, l’“Angelo del giglio”, sono alcuni titoli delle opere che, attraverso le citate tecniche figurative, singole o assemblate, rivelano forme ora in monocromia, ora policrome, ma, in ogni caso, suscitando l’esito di una grande suggestività. Qui la pittura si fa poesia per levare un cantico alla Madonna. Qui le parole del Libro trovano una loro rinnovata eco che si avvalora di una nuova dimensione, proposta attraverso un transfert geografico. Qui l'animo si sente gratificato nell'assaporare il gusto di un sacro, dovunque finemente profuso. E devo aggiungere che, a mio avviso, in questo genere di raffigurazioni, quali che siano le immagini rappresentate, Cristina sa sempre dare il meglio di sé.
E poi, ancora Maria, nei dipinti a olio, su grandi tavole. Tavole dove la sacra immagine vi è annunciata da titoli poetici come “Stella Maris”, “Madonna del buon raccolto”, “Vergine degli Angeli”, “Madonna della neve”.
Per queste opere, l’io della pittrice ha radunato le schegge più luminose della propria religiosità, e guidata da una siffatta energia, ha reso in svariate effigi l’idea che lei possiede della Madonna. Ieratico e insieme portatore di una residua “terrenità”, il volto di Maria perpetua, in ogni quadro, vaghe sembianze di giovani donne, come spesso, camminando per le vie del mondo, si possono incontrare. E sono somiglianze volute, direi cercate dall’autrice, affinché la somiglianza possa facilitare la comunicabilità col sacro.
Altri oli di Cristina mostrano le riproduzioni di famose Madonne di Masaccio, di Leonardo e di Raffaello. Riproduzioni indistinguibili dagli originali, anche per l’occhio meno profano. Perfino il metodo di coloritura vi è stato rispettato, con la creazione di colori ottenuti in proprio dalla pittrice, seguendo le stesse procedure messe in atto dai pittori rinascimentali. Ed è sorprendente come ogni quadro così eseguito, rifletta, oltre la bravura tecnica di ricrearne le immagini con estrema fedeltà, anche la particolare capacità di ri-creare quell'eguale atmosfera di solenne spiritualità di cui si circondano le opere dei grandi autori che le hanno ideate.
Ma l’inventiva di questa giovane, e tuttavia già ferratissima pittrice, non finisce qui. Altre immagini di Madonne, altri Angeli da lei dipinti su quelle che, a parer mio, assomigliano a lamine di foglie disseccate (e sono invece fogli di una carta speciale prodotta personalmente dalla pittrice con tecniche specifiche), avvalorano la mostra. Il pregio, in questo caso, consiste nella novità, dove la resa finale è quella di un racconto religioso, fissato con devozione e umiltà su fogli ruvidi e rustici che testimoniano come il percorso verso il divino, per l’autrice, si dipani attraverso le vie di una devota umiltà. Devozione questa, che imprime alle varie figure, assieme al senso di una bellezza “modernizzata”, quello di un’insistente ricerca del nuovo, ribadendo in tal modo la necessità di un costante approfondimento etico da perseguire in ogni direzione, sia umana che artistica. Fra le altre opere di questo tipo, spicca per intrinseco splendore e prestigiosa rappresentatività, l’immagine della “Madonna di Misericordia”, dove l’Apparizione di Maria ad Antonio Botta, è dipinta sì secondo i canoni agiografici tradizionali, ma similmente che su di una piccola pala d’altare a forma ogivale, con la possibilità di essere chiusa, come un’antica icona, da due antine a grata di fine fattura, scolpite in legno.
Di interesse del tutto nuovo sono altresì i piatti, ancora in legno, decorati con immagini della Natività, i così detti "deschi da parto", che traggono ispirazione da un uso in vigore nel Rinascimento, quando simili piatti venivano offerti in dono alle partorienti.
Cristina Sosio, nel presentare con amore queste immagini, le lancia altresì come una sfida al nostro tempo che spesso sembra volerle trascurare a favore di altre icone, di presa forse più immediata su chi le contempla, ma sicuramente meno esaustiva. E il suo, sebbene sia un movimento silenzioso, è tuttavia sostanziale perché mediato da riflessioni bibliche, da ripescaggi nella solennità dell’arte cinquecentesca sempre in diretto rapporto con la fede cristiana, da realizzazioni effettuate con l’utilizzo di novità espressive, e dunque proiettate nell’ottica di un futuro dove il divino possa sempre trovare la propria dimensione. Il fine, a mio avviso, è quello di non lasciare mai il cuore dell’uomo svuotato di quel senso d’infinito che è invece l’unico bene in grado di consentire il cammino verso più alte mete.

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